La pazienza di Dio non ha limiti… ma attende conversione!

di | 28 Febbraio 2016

Siamo chiamati ad entrare nella terra di Dio. La sua Parola è oggi chiara: Dio discende a fianco degli uomini, in particolare dei più deboli, degli umiliati dalla vita, si schiera dalla parte degli oppressi, per guidarli oltre la schiavitù, qualunque forma essa possa qui assumere. In questo consiste la sua misericordia verso di noi: ci apre un futuro sempre nuovo, senza fissarci nelle colpe.

D’altra parte, chiede conversione a lui, ascolto e disponibilità ad imparare da lui. È l’ascolto della parola di Dio che può liberarci. Cogliamo la sua presenza attraverso quello che fa per noi, ma non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità, ossia all’invito di dare personalmente risposta.

La parabola del Dio paziente e capace di attenderci, che il vangelo ci propone, può essere rassicurante, ma è tutt’altro che deresponsabilizzante. Siamo tutti chiamati a passi decisi verso la conversione.

La parabola ci parla certamente più di Dio che dell’uomo, della misericordia più che del giudizio e della condanna. E tuttavia colui che è presentato come «lento all’ira e grande nell’amore» non manca di interpellare l’uomo nella sua esistenza: richiede a ciascuno di trovare buone idee e una via per scampare alla morte. Anche nella prima lettura Dio non si presenta come giudice, ma come liberatore: è sperimentato da Mosè come colui che entra nella vita per guidare e salvare, per riscattare alla libertà. Allo stesso modo la seconda lettura ci conferma il primato dell’iniziativa divina che si manifesta nella nostra vita, ma non manca di metterci in guardia e di sollecitare la nostra responsabilità:

«Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere!»

Il senso della settimana: il tatto

Alcuni fatti di cronaca – come ai nostri giorni – hanno toccato le persone e coloro che sono morti sono stati travolti dalle armi e dalle pietre. Gesù viene toccato dalla storia e dimostra un tatto particolare nel mettere mano a ciò che succede. Nella parabola il padrone del fico vuole toccarlo per tagliarlo mentre il vignaiolo propone di avere ancora un po’ di tatto (di zappa e di concime) nei confronti dell’albero ancora sterile. È questione di tatto: come ci mettiamo alla presenza di Dio, come guardiamo la storia, come entriamo in contatto con ciò di cui dobbiamo prenderci cura.