A chi dobbiamo credere?

di | 12 Aprile 2016

Siamo nell’anno del Giubileo straordinario della misericordia. Perché il papa lo ha indetto? Il primo motivo è perché i credenti facciano piazza pulita delle non poche immagini distorte di Dio, che circolano anche tra quelli che dicono di credere. E perché i non credenti possano liberamente scegliere di aderire o meno, ma confrontandosi con il vero volto di Dio, quale ci è stato presentato da Gesù di Nazareth.

Ancora una volta papa Francesco pare aver fatto centro. Perché diversi credenti rischiano di dire di sì ad una falsa immagine di Dio, mentre diversi non credenti rischiano di dire di no a un Dio che di fatto non c’è, non c’è stato mai e mai ci sarà. Ho l’impressione che diversi atei non credono in un Dio in cui anch’io non credo.

No, io non crederò mai in

  • un dio che si apposti dietro una curva per cogliermi in fallo e tendermi una rappresaglia per “farmela pagare”;
  • un dio che si diverta a fare il guastafeste, che ami il dolore, che giochi a condannare, e se la spassi a “mandare” all’inferno;
  • un dio che metta il disco rosso alle vere gioie dei suoi figli e non accetti una sedia nelle nostre feste umane;
  • un dio che si arrabbi per le molte “debolezze” che ci affliggono e sia incapace di sorridere di fronte alle sciocche monellerie di cui siamo capaci;
  • un dio che si lasci incapsulare in una formula teologica, si faccia capire solo dai sapientoni e non risulti accessibile e simpatico ai piccoli e ai poveri;
  • un dio che sia un nonno buonista o un vecchietto bacchettone, da ricattare o di cui approfittare a cuor leggero, o che tratti con la stessa bilancia la vittima e il suo carnefice;
  • un dio che faccia l’indifferente di fronte alle lacrime dei bambini innocenti, alle ferite delle ragazzine abusate, alle sofferenze degli omosessuali derisi o delle donne violentate;
  • un dio che sia onnipotente, ma non misericordioso, perché altrimenti mi potrebbe incenerire; o che sia onnisciente, ma non altrettanto benevolo e compassionevole, perché diversamente il suo sapere tutto di me, me lo renderebbe antipatico e irritante;
  • un dio che mi chieda la fede e mi spenga la ragione; che si imponga a me con l’evidenza di una “prova” indiscutibile o prevarichi su di me con il peso di una superiorità schiacciante;
  • un dio che si atteggi con noi come un padre-padrone e non invece come il geloso custode della nostra libertà più solida e matura e il più accanito collaboratore della nostra gioia più certa e più grande.