Fede, speranza e carità alla prova del Coronavirus

di | 15 Marzo 2020

Come vivere le virtù cristiane teologali della fede, della speranza e della carità nel tempo del Coronavirus? Da due settimane è “a riposo” il cuore
della vita comunitaria cristiana (e proseguirà almeno per tutto il mese di marzo). Sono sospese le celebrazioni della Messa con partecipazione del popolo, della catechesi e dei Sacramenti dell’Iniziazione cristiana.
Le relazioni e gli incontri, spazio e palestra di una fede coltivata e vissuta tra le persone, sono limitati o addirittura consigliati di evitare. Non viene, tuttavia, tolta la possibilità di essere connessi tra di noi nella carità che è “il vincolo della perfezione” (Colossesi 3,14). È quello che ci ricorda sempre l’apostolo Paolo a conclusione dell’Inno alla Carità quando scrive: “Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio… adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità” (1Corinti 13,12-13).

Coronavirus: attualità disarmante e insieme sconcertante

E’ pur vero che da anni viviamo altre esperienze drammatiche in Italia e nel mondo, quali il terrorismo, i terremoti, le alluvioni, le migrazioni… E queste tragedie hanno pesato e pesano sul vissuto di tanta gente, soprattutto dei poveri, dei malati, degli anziani, dei bambini. Ma queste sono sciagure che hanno un “volto” preciso. Si scontrano con un nemico visibile che ci aggredisce e che tentiamo di combattere unendo le forze e percorrendo strade di solidarietà. Il coronavirus no. Questa pandemia è invisibile, appena come un’ombra visibile solo al microscopio. Può depositarsi su chiunque e dovunque. Per di più, porta ad isolare le persone tra di loro alimentando, l’individualismo, il sospetto e persino la diffidenza. Ci affidiamo alla scienza e alla più aggiornate terapie. Ma, finora, nell’attuale situazione non sono affatto risolutive. La ricerca scientifica, che sta mostrando l’impegno e la passione di tanti agenti, è in piena attività ma chiede tempi lunghi per raggiungere i suoi nobili obiettivi di sconfiggere il male fatale per migliaia di persone. La medicina in atto non sempre è all’altezza della gravità del momento e le risorse e le strutture della sanità che dovrebbero combattere e sconfiggere il virus si rivelano insufficienti. Per questo motivo è necessario accogliere e mettere in pratica i decreti ministeriali che chiedono cambiamento delle nostre abitudini, responsabilità e sacrifici, evitando gli spostamenti e gli affollamenti e tutto ciò che minaccia la propria e altrui salute.

Siamo in Quaresima e, pur nella gravità del momento che ci tiene lontani (ma non estranei) gli uni dagli altri, sentiamo che è bello e salutare riscoprire le relazioni familiari. Si tratta di sperimentare, soprattutto in casa tra familiari, l’otium come tempo della gratuità, della giocosità e della responsabilità civile in vista del bene comune. Ma, come cristiani, possiamo e dobbiamo ricordarci del valore importante della comunità (grembo della fede) che sentiamo ugualmente vicina. Questo, attraverso una visita in chiesa (che rimane aperta per la preghiera personale), una invocazione di intercessione, gesti di sobrietà ed essenzialità… o, anche, attraverso l’assistere al servizio religioso dei social network che ormai sono entrati nella vita quotidiana di tutti.

La fede come relazione

Come cristiani, tuttavia, ci domandiamo come è possibile mantenere viva la fede senza quei riti comunitari che, fino a ieri, la alimentavano e la sostenevano quotidianamente e settimanalmente? La domanda potrebbe sembrare anche insidiosa dal momento che, questa, di sicuro non è misurabile da alcun termometro umano. Sappiamo: “la fede senza opere è morta” (Gc 2,26). Ecco perchè sono fondamentali i momenti comunitari che… ora mancano. Probabilmente il fatto che ne sentiamo la mancanza può diventare un’occasione propizia per essere creativi. Perchè, allora, non coltivare personalmente e in famiglia l’esperienza di fede? Nell’ascolto reciproco, nella pazienza di relazioni faticose, nel silenzio della propria camera, nella preghiera? È bene ricordare che la fede è essenzialmente relazione con Dio e tra noi suoi figli. È proprio il Maestro che ci garantisce: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

Imparare la speranza

Forse, in questo tempo, la virtù che corre più rischi non è tuttavia la fede. Ad essere messa alla prova in quanto tale è la speranza, che può rivelarsi in uno sguardo cupo e sfiduciato sul futuro. Ma essa, a ben osservare, lungi dall’alimentarsi in attese irrealistiche, si è già indebolita per via di un modo di guardare al futuro come a qualcosa di prevedibile, di pianificato quasi fosse interamente nelle nostre mani. Difatti come viene letta la speranza? Finche c’è speranza c’è vita sentiamo dire spesso… Quindi, è nostro il controllo sulla vita?

In questi giorni si può intravvedere la mancanza di speranza anche nella pretesa di una data certa in cui l’emergenza finisca in breve, giorno che specialmente il mondo produttivo e commerciale, particolarmente penalizzato, reclama. Come vi fosse qualcuno oggi in grado di prevedere l’evoluzione di un virus di cui si conosce la struttura genetica, ma non la sua capacità di evoluzione e di sopravvivenza. Il mito di una scienza che tutto conosce e tutto risolve continua ad aleggiare anche in questo terzo millennio. C’è ancora gente che continua a credere (non è certo questa fede) che tutto sia conosciuto e può essere dominato grazie ai successi illimitati dell’intelligenza umana. Ci vuole, invece, speranza che è la virtù che consente uno sguardo benevolo su un futuro imprevedibile. Chi può dire che il Coronavirus, accanto a portare lutto e paura, non possa trasformarsi in occasione di bene? Lo diceva già Gesù, davanti alla caduta della torre di Siloe con i diciotto morti… (Lc 13,1-9). Forse occorreranno anni per poterlo guardare così come hanno fatto i nostri padri e nonni in tempi passati di guerre sanguinose e devastanti. Ci auguriamo di essere in molti a pensare e a sognare che, terminata la tempesta nefasta, questi giorni rappresentino non tanto un lontano ricordo quanto piuttosto la scoperta di un modo di vivere differente, più genuino… più fraterno.

La carità faro e cuore

Eppure, nemmeno la speranza è la malata più cagionevole. Ciò che chiede veramente di essere alimentata e rafforzata è la carità. Quando si moltiplicano i problemi, ci si concentra molto di più su se stessi e occorre tanta vigilanza se ci si vuole mantenere attenti al prossimo. L’egoismo è sempre dietro l’angolo, anzi si trova accovacciato dentro ciascuno di noi. La situazione attuale, come già si è detto, mette in crisi la vita relazionale ed evidenzia un mondo in cui ci si sente più individui isolati che non fratelli e concittadini. La solidarietà è messa a repentaglio dal benessere ma anche dall’arrivo improvviso di problemi su scala nazionale e internazionale. Se ognuno si occupa solo di se stesso e dei propri problemi, se si fa campagna elettorale invece di avviare un confronto e una collaborazione tra le varie istituzioni, se non si prova a rimanere compatti anche come Chiesa… aumenta l’individualismo e lo scaricare responsabilità sugli altri. Così l’appartenenza a un popolo (che sia di Dio o dell’Italia) si sgretola, addirittura si dissolve in un’armata Brancaleone. La carità, invece, si preserva grazie a comportamenti semplici e condivisi. Si possono provvisoriamente sospendere le celebrazioni comunitarie in chiesa ma la carità, in chiesa e negli spazi del quotidiano, non deve venire meno, faro e cuore della vita cristiana. Padre nostro… pane nostro…

d. Rosino